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giovedì 12 novembre 2020

17 anni dalla strage di Nassirya

Un vecchio camion cisterna Kamaz, con 150 chili e forse più di tritolo mescolato a liquido infiammabile. E l'identità orgogliosa degli italiani in missione, propensi sempre e comunque alla mediazione e al sorriso, anche in territorio ostile, persino a costo di qualche rischio in più. A diciassette anni di distanza, i due elementi fondamentali della strage di Nassiriya sono ben chiari, sia pure con contorni sfumati di responsabilità, fra i legami opachi dei gruppi jihadisti e le dinamiche internazionali descritte nel linguaggio depurato dalla diplomazia.

La mattina del 12 novembre 2003 il camion guidato da due terroristi votati al martirio esplose sull'ingresso di base Maestrale, devastando la palazzina prima adibita a Camera di Commercio della città irachena, uccidendo 19 italiani e 9 iracheni e facendo una sessantina di feriti. Mentre migliaia di cittadini comuni facevano ore di fila davanti all'Altare della patria per rendere omaggio alle salme, sconvolti e increduli davanti a quello che fu chiamato «l'11 settembre dell'Italia», partiva il gioco delle responsabilità. Ci furono errori strategici, come quello di voler comunque ritagliare all'Italia un profilo meno muscolare e più di mediazione, basandosi su una cultura nazionale molto diversa da quella degli alleati. I «soldati dal volto umano» scrivemmo quel giorno: ed era così, nella coscienza dei militari impegnati come nella percezione del Paese. In caso di esplosione, è vero, la ghiaia diventa proiettile. Ma sembra davvero troppo pretendere che in missione gli uomini del genio aspettino di avere sabbia pulita per allestire le difese del campo.

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