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venerdì 20 dicembre 2019

Che cos'è la Sensibilità Chimica Multipla: intervista alla dottoressa Maria Grazia Bruccheri

La Sensibilità Chimica Multipla (MCS) è una patologia nota ormai da decenni a livello internazionale, in Italia se ne parla ormai da un decennio, dal 2010 circa ad oggi.
È una condizione molto seria e grave, possiamo definirla come un’alterazione del metabolismo su base prevalentemente ambientale. Si tratta di una sindrome, questo significa che la patologia colpisce più organi e apparati, dovuta a una base, una predisposizione, genetica: le persone affette da MCS hanno alcuni geni che non funzionano bene, ovvero presentano delle mutazioni che alterano le funzioni metaboliche. Si tratta di persone incapaci di smaltire tutto ciò che viene dall’ambiente esterno, compresi talvolta i farmaci, le vitamine, gli alimenti, oltre che metalli pesanti e sostanze chimiche di varia natura. Quest’incapacità di smaltimento comporta un accumulo di metaboliti tossici e quindi delle tossicità. Oltre a questo aspetto c’è un altro problema metabolico coinvolto nella MCS che riguarda i radicali liberi: questi soggetti hanno una maggiore predisposizione genetica a formare radicali liberi e hanno un’incapacità genetica a smantellarli. Un eccesso di radicali liberi porta a infiammazioni croniche e stress ossidativo, con tutto ciò che ne deriva, ovvero infiammazioni in più organi e apparati. È una patologia cronica, e se non trattata evolve nel modo più infausto. Nonostante ci siano queste predisposizioni genetiche, la MCS è una patologia ambientale in quanto è scatenata dal fatto che la persona vive o lavora in un contesto ambientale fortemente inquinato: le predisposizioni genetiche da sole non scatenerebbero la patologia. Nella storia di questi pazienti troviamo di fronte o a un’intossicazione acuta data da una particolare molecola, un avvelenamento, oppure più spesso ci troviamo di fronte a esposizioni croniche di piccolissime dosi di sostanze chimiche, penso ad esempio alla candeggina – la maggior parte dei pazienti sono delle donne e il rapporto uomo/donna in questa patologia è di 1 a 9. Anche l’esposizione cronica a piccolissime dosi può, quindi, determinare un accumulo tossico e il manifestarsi della malattia intorno ai 20, 30 o 40 anni, ma troviamo sempre più spesso casi anche in ambito pediatrico: tutto dipende dalla concentrazione esterna di sostanze tossiche e dal metabolismo basale.
La cosa più interessante emersa negli ultimi studi è che l’ambiente risulta essere molto più incisivo dell’aspetto genetico costituzionale, in quanto l’ambiente riesce a bloccare l’espressione del DNA: è quello che si chiama epigenetica ed è quello che cerchiamo di studiare negli ultimi anni. Il danno più grave che l’ambiente fa in questi pazienti non è tanto l’effetto tossico, quanto l’inibizione dell’espressione del DNA, con ulteriore peggioramento del quadro genetico iniziale che può portare alla totale incapacità, da parte del soggetto, di smaltire le sostanze estranee. In questi casi si possono avere reazioni per qualunque cosa, fossero anche quegli alimenti che fino a poco tempo prima erano bel tollerati.
Riguardo alla statistica di incidenza, in Italia non c’è un dato unico, ci sono dati diversi raccolti da diverse associazioni, ma siamo in mancanza di un registro nazionale dei pazienti. Per quel che riguarda la letteratura internazionale, da questa sappiamo che la prevalenza della patologia nella popolazione oscilla dal 3 al 9 per cento. Teniamo presente che siamo di fronte a una prevalenza davvero molto alta nella popolazione, maggiore anche a quella del diabete. È una malattia molto diffusa e non una malattia rara, come era stata inizialmente classificata: è rara la diagnosi perché non si conosce, molti colleghi ignorano la sua esistenza anche perché è stata presentata male negli anni passati. Ma si tratta di una patologia molto complessa: ripeto, su base genetica ma soprattutto su base ambientale e quindi epigenetica.

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